Nessun commento. Nessuna autoreferenzialità. Soltanto la consapevolezza di avere fatto la cosa giusta. E di continuare a testa alta la battaglia «normale» per la legalità. Ecco l’aggiornamento del processo «Affari di famiglia», che in Calabria vede alla sbarra i boss della ‘ndrangheta grazie alla denuncia di Mimmo Costanzo e di tutti gli uomini coraggiosi del gruppo Cogip. Leggi l’articolo sul corrieredellacalabria.it Dodici anni di reclusione e 5mila euro di multa per Luigi Musolino, medesima pena pecuniaria ma “solo” 8 anni di carcere per Salvatore Minniti e 2 anni e 8 mesi per Domenico Musolino, più 2500 euro di multa: sono queste le richieste del pm Stefano Musolino al termine della requisitoria al processo Affari di famiglia, scaturito dall’indagine che ha fatto luce sulle estorsioni imposte nei cantieri della statale 106. Per l’accusa, i

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tre – considerati vicini alle cosche Ficara Latella, attiva nella zona di Pellaro, e Iamonte, “padrona” di Melito Porto Salvo – avrebbero imposto alla ditta catanese Cogip spa il pagamento dell’ormai nota “tassa di sicurezza”, il dazio pari al 4% del valore dell’appalto che i clan pretendono da chiunque si azzardi ad aprire un cantiere nella “loro” zona. E quando sulla medesimo fazzoletto di territorio, ci sono più clan a

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dettare legge, i proventi delle estorsioni si condividono. Un meccanismo rodato, figlio degli accordi forgiati nel tempo, su mille e affari e altrettanti cantieri, che proprio uno degli imputati si preoccupa di spiegare – intercettato – allo sbigottito capocantiere della ditta “allora, dal chilometro 6-700, fino al chilometro di Pellaro, quella è zona mia dal semaforo di Pellaro fino al kilometro 22, la competenza è metà alla mia famiglia, metà ad altri; dal chilometro 22 fino al 31, il territorio è delle persone che avete già incontrato, e che adesso visitiamo”. Quello che probabilmente i clan non avevano previsto era la ribellione dell’imprenditore Mimmo Costanzo, titolare della Cogip, che ha deciso di denunciare i propri estorsori alla Dia di Catania, così come la piena collaborazione dei lavoratori che, quando l’indagine è passata a Reggio Calabria, non hanno esitato a collaborare con gli inquirenti. A inchiodare gli odierni imputati sono state infatti – anche, se non soprattutto – le dichiarazioni del geometra Francesco Testa, il primo ad essere avvicinato dagli uomini dei Ficara Latella e degli Iamonte, che tanto nel corso delle indagini, come nel corso del dibattimento ha raccontato gli incontri con gli uomini dei clan, le loro minacce velate e le loro richieste esplicite. “Noi siamo i referenti della zona – gli si era presentato candidamente Minniti – Per il vostro quieto vivere dovete darci il 4% dell’intero importo dei lavori relativo alla posa delle barriere e del rifacimento del manto stradale. Un’impresa come la vostra non è che mo si perde per 60.000,00 euro”. Richieste che oggi potrebbero costare ai tre una severa condanna.   Alessia Candito