Dalla sezione rassegna stampa del sito Cogip vi segnalo un mio intervento su imprenditoria e politica pubblicato su “La Sicilia” di domenica 9 ottobre.


IL DIBATTITO – Come dire basta alla cattiva politica

La rivoluzione silenziosa del buon imprenditore

MIMMO COSTANZO

In questi ultimi tempi il dibattito politico s’è spesso incrociato con il ruolo degli imprenditori: interventi e prese di posizione, più o meno clamorose; scontri aperti fra associazioni di categoria e rappresentanti istituzionali; rumors sulla discesa in campo di uomini di punta del management italiano nell’agone politico. Sembra quasi che chi fa impresa voglia sostituirsi a chi fa politica, magari creando il “partito dei padroni” che qualche quotidiano ha pure evocato.

Io, da imprenditore siciliano ma anche da cittadino che ha a cuore il futuro della propria terra, ho osservato con attenzione il dibattito degli ultimi giorni. E ho cercato di trovare una risposta – soprattutto dentro me stesso, con la mia coscienza – a una domanda che in molti si saranno posti: ma è davvero giunto il momento che gli imprenditori s’impegnino in prima persona in politica?

Il presupposto da cui parte questo “interventismo” è più che corretto, ma bisogna fare un ragionamento serio sui modi e soprattutto sugli strumenti, sul “come” chi fa impresa può incidere sulla strada delle riforme e del cambiamento.
Mi spiego

meglio. Il dato di partenza è incontrovertibile: il “Sistema Italia” – e, all’interno di esso, il “Sistema Sicilia” in particolare – sta attraversando un periodo di crisi che ha pochi precedenti nella storia recente. E di questo stato di fatto i politici (ma anche tutti gli altri attori, dalle forze produttive a quelle sociali) devono assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.
Ma cosa deve fare un imprenditore davanti a questo quadro? Alzare la voce e farsi sentire, innanzitutto attraverso i canali istituzionali, che vanno amplificati con forza. È più che legittima la protesta corale dell’Ance contro il blocco delle opere pubbliche: un Paese che non progetta e realizza infrastrutture è un Paese senza futuro. E mi sento inoltre di appoggiare con convinzione la battaglia di Confindustria sulle riforme di cui ha bisogno il nostro Paese, riassunte nei cinque punti del “Progetto delle imprese per l’Italia”: riforma fiscale, infrastrutture, privatizzazioni, liberalizzazioni, pensioni.

Ecco, questa è la prima cosa che un imprenditore deve fare per cambiare in nostro Paese, senza il bisogno di fondare un nuovo partito, né di schierarsi in prima persona in uno dei tanti presenti nel sistema politico: puntare su una rappresentanza degli interessi che sia trasparente e propositiva, rafforzata da un’azione di coordinamento fra i vari settori.

Per questa ragione, ad esempio, è una grave perdita per il Paese la frattura fra la grande industria e l’organo rappresentativo degli interessi delle imprese. I gruppi multinazionali hanno tutto il diritto di difendere la propria competitività, definendo le proprie regole in mercati senza barriere, ma è quindi necessario che la rappresentanza tradizionale ridefinisca, nell’interesse di tutto il sistema imprenditoriale, gli equilibri e le regole nel rapporto con le forze sociali. E tutto ciò deve avvenire evitando il conflitto e mantenendo il necessario coordinamento.
Certo, se ci fosse qualcuno fra gli imprenditori con le qualità e il necessario spirito di servizio nell’interesse del Paese – e soltanto del Paese – sarebbe apprezzabile. Ma non è detto che chi è un bravo imprenditore debba essere per forza un buon politico. Questo automatismo è stato sconfessato dalla recente storia italiana: il modello Berlusconi, pur non negando al premier indiscutibili qualità imprenditoriali, non mi sembra abbia funzionato per l’Italia.

L’altra cosa che un imprenditore deve fare in questo momento – e che io nella mia realtà aziendale sto cercando di mettere in pratica – è svolgere al meglio il proprio lavoro. Modernizzare la propria azienda, aumentarne la competitività, aprirsi ai nuovi mercati, puntare sui giovani e sul merito, remare con più forza controcorrente nei contesti – e la Sicilia è uno di questi – in cui fare impresa comporta un surplus di responsabilità. Un impegno quotidiano di tipo sociale, ambientale ed etico, ma soprattutto, nella condotta personale e aziendale; un chiaro codice di comportamento che veda al primo punto la legalità, a partire dalla stipula dei protocolli nella gestione degli appalti, soprattutto in un momento storico in cui la crisi che indebolisce le “difese immunitarie” del mondo dell’impresa di fronte agli attacchi della criminalità. E in questo contesto Confindustria Sicilia rappresenta un punto di riferimento importante, che ci dà coraggio e non ci fa sentire soli nei momenti più difficili.

C’è davvero tanto da fare, per uscire da questo tunnel. Ma la necessità di un cambiamento della classe politica non giustifica alcuna confusione di ruoli, né tanto meno autorizza invasioni di campo. Ed è per questo che io continuerò a fare l’imprenditore – “soltanto” l’imprenditore – con ancora più coraggio, passione e spirito di sacrificio. Anche così si può dire “basta” alla brutta politica, anche così si può innescare una rivoluzione silenziosa.