Dalla rassegna stampa del sito Cogip, il commento del prof. Rosario Faraci dell’Università di Catania (pubblicato su “La Sicilia” di oggi) al mio intervento “La rivoluzione silenziosa del buon imprenditore” di ieri

Imprenditoria e politica ritrovino compattezza

Ho letto con interesse il contributo dell’imprenditore Mimmo Costanzo su La Sicilia di domenica 9 ottobre e mi sento di condividere con lui il convincimento che compito principale di chi esercita un’attività economica è fare il buon imprenditore e contribuire, attraverso l’impresa, allo sviluppo economico del Paese. Avrei avuto qualche difficoltà, come docente di Economia e gestione delle imprese, ad inaugurare il ciclo di lezioni universitarie che comincia domani, indirizzando ai giovani il messaggio che l’imprenditore deve innanzitutto “fare politica” in un Paese che in questo momento sta vivendo una profonda crisi, di valori prima ancora che economico-finanziaria. Non v’è dubbio comunque, e anche qui concordo con l’industriale catanese, che il “movimentismo” affermatosi negli ultimi tempi evidenzia un diffuso malessere degli imprenditori, piccoli, medi e grandi, di fronte ad un modo di far politica incapace di individuare soluzioni intelligenti per uscire dalla crisi, magari puntando sul trinomio impresa – lavoro – giovani all’interno di un rinnovato paradigma fondato su innovazione e competitività.

Ci sono imprese, come quella guidata dal dott. Costanzo, che hanno dimostrato coraggio ed intraprendenza, mobilitando capacità e risorse per iniziare esse stesse a dare un apporto significativo alla società nella direzione del cambiamento. I “numeri” e i risultati raggiunti confermano la bontà delle scelte finora compiute; siano d’esempio per molti altri colleghi chiamati, oggi più che mai, a valorizzare pienamente i talenti imprenditoriali (coltivati da soli o ricevuti dai genitori) per imprimere una direzione nuova al rilancio del Paese e della Sicilia. E’ questo il tessuto delle medie imprese che, espressione di un capitalismo familiare talora denigrato talaltra esaltato, costituiscono un pilastro importante ed irrinunciabile dell’economia italiana.

Ma, in mezzo alle medie, ci stanno, da un lato le grandi imprese

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e, dall’altro lato, una miriade di piccole e piccolissime aziende.
Un pensiero immediato è rivolto a queste ultime perché vivono ormai completamente attanagliate dalla crisi, ma silenziosamente operose, dignitosamente attive nei mercati, capaci ancora di assicurare seppur minimi livelli occupazionali, assai indebitate e sottocapitalizzate, ignorate dalle pubbliche istituzioni e fortemente condizionate dal sistema bancario. Sono realtà che non sempre riescono a fare lobby, nonostante la forza numerica delle associazioni che le rappresentano, e che, anche se compattamente unite, non riusciranno mai ad avere adeguata rappresentatività nel sistema politico. Con il rispetto che merita il lavoro imprenditoriale, mi risulta difficile dire oggi ad un piccolo artigiano, commerciante o agricoltore in crisi di fare il buon imprenditore (e sono la stragrande maggioranza in Sicilia), quando questi ritiene di aver già fatto il massimo nelle quotidiane difficoltà del mestiere e di fronte ad una generale indifferenza della società rispetto al lavoro che svolge. A tali livelli, pertanto, la “politica associativa” va sostenuta e rafforzata, favorendo anche nuove forme di coordinamento fra le diverse sigle, come recentemente sperimentato da Rete Imprese Italia che aggrega le cinque maggiori associazioni dell’imprenditoria diffusa nel nostro Paese.
Dall’altro lato, ci sono le grandi imprese, cui va rivolta altrettanta attenzione, perché una loro eventuale crisi ha ricadute tragiche sull’occupazione e sull’indotto, di scala sicuramente più ampia rispetto alle difficoltà in cui può trovarsi un piccolo imprenditore, titolare di una bottega artigiana, ove lavora al massimo insieme a qualche altro collaboratore. Dalla crisi in cui versano le grandi imprese, si esce fuori non con un’unica, ma con soluzioni diverse. La Fiat ha scelto la strada di andare da sola, rideterminando complessivamente i propri livelli di competitività su base internazionale. Altre imprese, anche col concorso di Confindustria, stanno sperimentando di ristabilire, su basi nuove e più intelligenti, il dialogo con le organizzazioni sindacali e le rappresentanze dei lavoratori, al fine di pervenire a soluzioni di sviluppo più condivise. Altre ancora hanno puntato su una maggiore integrazione con il mondo bancario e su una maggiore apertura ai nuovi strumenti resi disponibili dai moderni sistemi finanziari, come il private equity e il venture capital. Altre imprese hanno scelto con maggiore convinzione la strada dell’internazionalizzazione, sperimentando alleanze e partnership con altre società straniere.
Concordo con il dott. Costanzo che la tentazione di scendere direttamente in campo in politica è forte, soprattutto dove sono presenti carismatici leader di riferimento; ma essa non è la panacea di tutti i mali. Una rondine non fa primavera. All’estremo opposto, la commistione politica-impresa è pericolosissima, sfocia rapidamente nell’illegalità, perché le scorciatoie intraprese da pochi non servono affatto alla società. C’è una terza via: fare gioco di squadra e saper rappresentare bene gli interessi di una categoria, gli imprenditori, nell’interesse di tutto il Paese e non soltanto di chi fa impresa. E tra grandi e piccoli imprenditori, con in mezzo i medi, è necessario fare ancor di più e, attraverso il dialogo costante, costruire un gioco di squadra collettivo per riaffermare, con forza, la straordinaria capacità imprenditoriale del nostro Paese, forse un po’ troppo dimenticata nell’affermarsi del dirompente linguaggio della politica. Una politica che, nel prossimo futuro, magari non sarà composta da imprenditori, ma che potrà mai prescindere in nessun caso dalla rilevanza che la cultura d’impresa può avere in diversi campi della società.
Se così sarà, mi risulterà più facile e diventerà più credibile riaffermare ai giovani che un’impresa, buona cittadina del mondo, quali che siano la dimensione e la proprietà pubblica o privata, assolverà sempre a tre importanti funzioni: di produzione e distribuzione di ricchezza; soddisfacimento

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dei bisogni della collettività; generazione di indotto, creazione di posti di lavoro e di professionalità.

Rosario Faraci
Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese
Università degli Studi di Catania