Leggo sempre i commenti di Massimo Gramellini su La Stampa e lo apprezzo molto. Oggi, in particolare il suo titolo “Ci disegnano così” mi ha colpito. Il pezzo, riferendosi al premio vinto da Paolo Sorrentino con la sua Grande Bellezza, affronta il tema dell’autorevolezza. E forse centra davvero nel segno. E’ proprio quella che il nostro Paese pare abbia perso e dovrebbe recuperare agli occhi del

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mondo. L’autorevolezza di una Nazione che è sicura del suo patrimonio, dei suoi talenti, dei suoi tesori e delle sue capacità. In fondo, cos’è che ci manca? “Ma tí pare possibile, sospirava al telefono un amico dopo l’Oscar a «La Grande Bellezza», che per gli altri noi siamo sempre e soltanto la nostalgia del passato, la decadenza infinita, i monumenti che cadono, i mosaici che si scrostano, l’antica Roma e la Roma dei papi, entrambe manipolate nel ricordo e inscatolate dagli stranieri dentro una sequela di luoghi comuni? Ti pare possibile che di un’Italia senza gladiatori, pizzaioli, pittori, mandolinisti, tenori, sarti, ruffiani, avvelenatori rinascimentali e playboy della mutua non interessi niente a nessuno? Ti rassicura questo rinchiuderci in un eterno cliché per compiacere i pregiudizi degli altri nei nostri confronti? Ci disegnano cosìA tutte e tre le domande di quell’italiano riluttante ho risposto con un semplice monosillabo. Sì. L’autorevolezza in certi ruoli non si improvvisa. Noi per gli altri siamo ciò che venticinque secoli di storia hanno stabilito che fossimo: depositari distratti della grande bellezza e custodi approssimativi della memoria universale. Quando ci riusciamo, anche costruttori di benessere. Anni fa, alla delegazione tricolore che durante la visita a un importante organismo internazionale si lamentava perché nella struttura lavoravano dirigenti di ogni nazionalità tranne che della nostra, il direttore generale replicò sorpreso: «Vi sbagliate. Agli italiani abbiamo affidato un settore assolutamente cruciale: il catering».